CI SIAMO

Siamo al dunque. Dopo la retromarcia di Boris Johnson anche Trump si vede costretto ad ammettere la gravità della situazione.

Le dichiarazioni del premier inglese, a distanza di due giorni, appaiono come una delle strategie comunicative più efficaci che abbiamo visto in Europa. Johnson ha detto la verità, ottenendo l’effetto svuotamento delle strade senza aver assunto alcun provvedimento restrittivo, né tantomeno a tutela dei cittadini. Basta leggere i post dei tanti italiani rimasti bloccati in UK per farsi un’idea del panico che si è scatenato. Nel Regno Unito nessuno si è permesso di parlare di influenza, nessuno si è scaraventato sui social a protestare chiedendo di tenere tutto aperto. Il Presidente ha chiaramente avvertito il popolo che lo ha appena rieletto con un plebiscito inedito nella storia britannica. “Fatti vostri, io vi ho avvisato!”

Trump ha negato finché ha potuto. Il 21 febbraio, giorno 1 dell’epidemia in Italia, mentre gli scienziati americani dichiaravano pubblicamente l’esistenza di un concreto e grave rischio sanitario per gli Stati Uniti, il Presidente parlava alla nazione proponendo la storiella dell’influenza e sostenendo che l’America vanta i migliori scienziati del pianeta. Di conseguenza, nessun problema. Però ad un certo punto di questa vicenda ha cambiato espressione, facendosi scuro in volto. A differenza di Johnson, Donald Trump ha il problema di farsi rieleggere, nonché di essere stato eletto con l’obiettivo di distruggere quel minimo di protezione sanitaria che aveva costruito Obama per gli americani meno abbienti. Evidentemente qualcuno gli ha spiegato che il problema è serio e che la soluzione questa volta non è sul mercato. Ma Trump è uno che non le manda a dire e quindi le ha provate tutte, compreso il tentativo di accaparrarsi l’esclusiva di uno dei fantomatici vaccini attualmente in fase di sperimentazione. Ieri notte Donald Trump ha ammesso per la prima volta, in una conferenza stampa alla Casa Bianca, che la situazione causata dal coronavirus in Usa “non è sotto controllo” e ha definito il Covid-19 un “nemico invisibile”.

All’alba di questa vicenda ho scritto che il conflitto tra interessi economici e salute pubblica si sarebbe espanso con il virus lungo la superficie del pianeta che ci ospita. Abbiamo oggi sotto gli occhi gli esiti di questo conflitto. Le reazioni dei popoli sono state diversificate come i risvolti culturali. Abbiamo assistito a code ai supermercati, alle armerie, ai coffeeshop. Ogni cultura ha reagito al pericolo attrezzandosi per affrontare e sconfiggere il nemico e individuando la propria strategia. Il punto è che, al di là dei proclami, il problema resta ineludibile e l’unica strategia possibile prevede la negazione dei presupposti dell’attuale sistema economico globale. Da qui una crisi di sistema inevitabile e imprevedibile nei suoi esiti.

Dopo le cadute vertiginose di tutti i mercati finanziari del pianeta inizia la battaglia sul campo per tutti i paesi occidentali e scatta il conto alla rovescia per salvare l’Europa dal divampare di un incendio che potrebbe fare terra bruciata.

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