MODELLO ITALIA

Il modello Italia rappresenta un’esperienza inedita rispetto a quelle dei paesi che ci hanno preceduto. La domanda che mi sono posto al principio di questa pandemia è: la cultura occidentale ha gli strumenti per affrontare questo stato di eccezione?

Ma passiamo ad analizzare il modello Italia, tanto in voga in un’Europa dove si verificano situazioni raccapriccianti come quelle che ci vengono riportate dalla Spagna. Le testimonianze che arrivano dai medici di base lombardi non sono meno drammatiche e raccontano di una realtà tutt’altro che sotto controllo. Rallenta la progressione dei contagi rilevati, ma non rallentano allo stesso modo gli indici oggettivi di cui disponiamo, ovvero il numero dei decessi e dei malati in terapia intensiva. Questo può significare che si sta verificando un picco delle infezioni mature, oppure che non si riesce a stare dietro al diffondersi di un’epidemia che è più veloce dei tamponi. Questo dato avremo modo di verificarlo nei prossimi giorni.

Sono preoccupato per la timidezza e l’approssimazione che stanno caratterizzando l’azione di governo. A Roma, ma non solo, in troppi continuano a pensare alla campagna elettorale. La timidezza e l’approssimazione sono diretta espressione di una classe dirigente debole, incapace di adottare misure chiare ed efficaci. Da troppi anni gli esecutivi in Italia sono abituati ad operare in una dimensione di costante mediazione politico elettorale e questa attitudine adesso sta determinando una vera e propria strage.

Dal 21 febbraio ad oggi non è stata prevista alcuna forma di garanzia economica universale per i cittadini italiani. Abbiamo chiuso gli stadi, le scuole ed un altro pezzo di paese dopo ben due settimane. Abbiamo consentito che la circolazione dei cittadini proseguisse liberamente per oltre un mese. Non abbiamo mai chiuso le frontiere, ma abbiamo aspettato che fossero gli altri stati europei a farlo. Il conflitto permanente tra Governo e Regioni ha lasciato sullo sfondo quelli che avrebbero dovuto essere gli avamposti di questa battaglia, ovvero i Comuni.

Lo Stato deve smettere di chiedere sacrifici e catechizzare i cittadini e deve invece preoccuparsi di garantire reddito a tutte e tutti per il tempo necessario ad uscire da questa crisi. Per raggiungere questo obiettivo i nostri rappresentanti dovranno battersi come leoni in Europa, riuscendo ad obbligare gli altri paesi a condividere un destino. Su questo terreno possiamo misurarli.

Lo Stato deve garantire il rispetto della legge e procedere immediatamente con la requisizione di tutte le strutture private considerate strategiche per affrontare l’emergenza. A cominciare dalle fabbriche che producono le attrezzature necessarie per sconfiggere la malattia.
Come può accadere che un imprenditore provi a vendere sul mercato estero dei ventilatori che lo Stato sta cercando disperatamente in tutto il mondo?
Perché in Italia la proprietà privata è sacra, quanto e più della vita.
Per lo stesso motivo non si è voluto procedere subito alla requisizione degli alberghi utili per consentire la quarantena obbligatoria vigilata. Non si è scelto di farlo per coloro che lasciavano il Nord per il Sud, anche nelle serate drammatiche determinatesi a causa delle fughe di notizie. Non servivano particolari abilità per capire che gli alberghi in prossimità dei principali snodi logistici, come aeroporti e stazioni, sono la soluzione per il problema dei ricongiungimenti familiari. Peraltro si tratta di strutture cha al momento sono desolatamente vuote. Spero che da qui in avanti possano essere utilizzati per arginare gli effetti devastanti del contagio endofamiliare.

La dimensione regionale ha competenze essenzialmente sulle retrovie, ovvero sugli ospedali. Le Regioni, soprattutto quelle del Sud, hanno scarsissimi strumenti, sia materiali che finanziari, per rispondere a questa emergenza. L’ultima posizione assunta dal Governo sa molto di scaricabarile. Le Regioni stanno dimostrando di rappresentare un ostacolo nella garanzia di uguali diritti per tutti i cittadini italiani. I risultati della riforma del Titolo V della Costituzione (federalismo) si stanno vedendo alla prima vera prova dei fatti. Il protagonismo mediatico dei governatori di Lombardia e Veneto scade puntualmente nello squallore. Una drastica riforma, che preveda la restituzione di competenze fondamentali come la Sanità allo Stato, è da mettere con urgenza all’ordine del giorno.

I Comuni sono invece responsabili di organizzare il campo di battaglia, parcellizzando il territorio, ma soprattutto riorganizzando per tempo la rete dei servizi essenziali. Era facile immaginare che sarebbe stato necessario predisporre massicci servizi di consegna a domicilio, così come era facile prevedere che sarebbe stato necessario potenziare esponenzialmente quei servizi di igienizzazione ormai in via di estinzione, nonché rimodulare le attività dei servizi sociali. La cosa sembra non avere interessato i nostri Sindaci, che semplicemente non si sono sentiti chiamati in causa da questa emergenza, se non quando hanno dovuto cominciare a contare le vittime. Troppo tardi.

Quello che stiamo sperimentando sulla nostra pelle prevede la compatibilità della gestione dell’epidemia con la prosecuzione delle attività economiche, pur in assenza di strategie difensive come quelle adottate dalla Corea del Sud. Il modello coreano viene spesso evocato dai nostri rappresentanti istituzionali, ma basta mettere in rapporto i numeri per capire che nel paese asiatico sono riusciti a spegnere l’incendio sul nascere con una massiccia campagna di tamponi, prima di passare alla gestione tecnologica. Il timore è che la gestione tecnologica sarà utilizzata per consentirci di continuare a produrre quando si saranno definiti i contorni di questa strage. Inoltre, la prima innovazione davvero urgente e necessaria è quella relativa alla smaterializzazione di tutti i servizi postali e bancari. Non si capisce perché gli anziani debbano essere costretti a recarsi presso gli uffici postali per ritirare le pensioni.

Il modello Italia è quindi tutto da verificare. Se la provincia cinese di Hubei sta tornando gradualmente alla vita dopo 50 giorni di blocco totale delle attività, quanto ci metteremo noi? Ma soprattutto, quali saranno le conseguenze delle scelte effettuate fin qui?

C’è da augurarsi che la strada intrapresa possa portarci nella giusta direzione, nonostante tutto. Ma soprattutto che la risposta alla domanda iniziale possa essere affermativa.

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