IL VASO DI PANDORA

L’Italia e l’Europa hanno intrapreso la strada del danno calcolato. Le speranze di vedere un salto di qualità nella capacità di coordinamento e di collaborazione delle istituzioni e degli stati europei è pressoché svanita. Le dichiarazione di Ursula Von Der Leyen sembrano aver posto una pietra tombale anche sull’entusiasmo dei più convinti europeisti. Quindi in Europa al momento prevale la logica del danno calcolato su base nazionale. Una sorta di politica dell’immunità di gregge temperata, commisurata al potenziale dei sistemi sanitari dei singoli stati. Hanno deciso di lasciarci morire, ma con lentezza, secondo un calcolo che prova a trovare un equilibrio tra conto economico e tributo di sangue.

Con il diffondersi della pandemia nel mondo occidentale scopriamo che nell’Illinois (USA) è morto un bambino di un anno e a Parigi una sedicenne. Non muoiono solo i vecchi e i malati sul viale del tramonto. Questo ormai è evidente anche per i più incalliti negazionisti. Gli Stati Uniti d’America stanno andando spediti incontro ad una catastrofe umanitaria che molto probabilmente ne confermerà il primato mondiale sul terreno del più bieco cinismo.
Per Trump è un incubo dal quale uscire prima possibile, ma per noi potrebbe essere una speranza di vedere sollevata l’umanità dell’ingombrante presenza di questo conclamato criminale politico.

C’è una variabile indipendente che sta aggravando il tributo di sangue derivante dall’applicazione della politica del danno calcolato intrapresa dai paesi europei: la burocrazia. Storicamente i popoli per uscire dalle più grandi crisi hanno dovuto fare ricorso all’antica arte della politica. Una scienza che richiede studio, dedizione, esperienza, capacità di visione. Un patrimonio di competenze e conoscenze ormai confinato nelle aule accademiche, dopo lo smantellamento dei Partiti. La politica deve vivere una stagione di rinascita e tornare a svolgere il proprio ruolo, comunque vada. Alcune avvisaglie sono arrivate dal discorso del Presidente del Consiglio di ieri sera, 28 marzo 2020. Il duro attacco alla burocrazia ha rappresentato un primo timido tentativo di riaffermare la centralità di una politica che negli ultimi trent’anni è stata pressoché fagocitata dallo strapotere di potentissimi e sempiterni tecnici. Paradossale che questo tentativo venga da un super tecnico prestato alla politica, non certo da uno statista.

La mia stima nei confronti dell’uomo Giuseppe Conte cresce di giorno in giorno, perché grazie alle sue enormi capacità e competenze personali sta riuscendo a tenere a galla una barca che fa acqua da tutte le parti. Nella totale assenza di cultura politica che caratterizza la maggioranza parlamentare che sostiene il suo Governo, riesce ad indicare una strada.
Voglio augurarmi che la barca resti a galla, ma in ogni caso gli andrà riconosciuto il merito di aver profuso uno sforzo enorme. Non augurerei neanche al mio peggior nemico di ritrovarsi al suo posto e non voglio immaginare cosa sarebbe accaduto se a guidare il Governo in questo momento ci fosse stato un Matteo qualunque. Purtroppo Giuseppe Conte si intesterà una strage senza precedenti nella storia della Repubblica, ma si ritroverà in buona compagnia, con tutti i Capi di Stato occidentali.

Ma veniamo ai numeri e alle proporzioni della pandemia nel nostro paese. In tanti si sono affannati a chiedere la sospensione della conferenza stampa quotidiana della Protezione Civile, sostenendo che sia un appuntamento inutile e dannoso, in quanto caratterizzato dalla diffusione di dati poco attendibili. Evidentemente chi muove queste critiche non segue con attenzione uno dei pochi momenti della giornata durante il quale si possono avere indizi su cosa stia bruciando sotto la cenere. Nelle domande che i giornalisti pongono dopo la lettura dei dati ci sono molti elementi utili per avvicinarsi alla verità. Negli ultimi giorni si sono succedute le domande sul reale numero dei decessi avvenuti in alcuni Comuni del Nord. Diversi Sindaci segnalano che il numero reale dei decessi è anche dieci volte superiore a quello riportato nei bollettini ufficiali della Protezione Civile. Questa discrepanza si riscontra perché non viene eseguito il tampone a chi muore in casa senza soccorso. E purtroppo sono tantissimi, come si evince dalla lettera firmata da tredici medici dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. Cosa vuol dire? Che in realtà i morti sono centomila e non diecimila? Non credo, ma sicuramente parliamo di numeri reali molto diversi da quelli che ci vengono comunicati. L’esatta proporzione di quanto sta accadendo in Italia ce la daranno i dati sui decessi dell’ISTAT. Dati che potremo comparare con le annualità precedenti per ricavarne una differenza indicativa. Gli storici potranno applicare lo stesso metodo a tutti i paesi per restituirci le vere proporzioni di questa ecatombe nel mondo.

Voglio chiudere ringraziando i giornalisti che stanno lavorando per noi. Mai come in questo tempo ci rendiamo conto di cosa significherebbe non avere una stampa libera. Non avremmo modo di sentire le voci di chi è in prima di linea, di vedere la disperazione e le colonne dell’esercito portare chissà dove i feretri delle vittime. Quanto potrebbe farci paura un black-out dell’informazione? Mi sono commosso più volte nel vedere le giornaliste e i giornalisti televisivi lottare per non fermarsi, a dispetto di tutte le difficoltà. Andare avanti collegandosi dalle strade a causa dell’inagibilità delle sedi contaminate, apparire in schermo stravolti dalla fatica e dal dolore delle notizie comunicate. Spero che i migliori, quelli che stanno svolgendo il loro lavoro dimostrando di avere un’etica professionale d’acciaio, possano vedere riconosciuto il valore del proprio impegno quando tutto questo sarà finito. È uno degli elementi di speranza che al fondo rimane.

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