Taranto

TARANTO CAPUT MUNDI

Era la notizia che nessuno avrebbe voluto leggere: un operaio dello stabilimento Ex-Ilva di Taranto è risultato positivo al Coronavirus. Una città martoriata da decenni di emissioni nocive, negate e perpetuate a dispetto di ogni protesta e di ogni promessa elettorale. Lo Stato decise di insediare questo stabilimento nello città dei due mari per metterlo in opera nel 1965. Nel 1995, all’avvio del processo di smantellamento dell’apparato statale e di svendita del patrimonio pubblico, lo stabilimento venne ceduto alla famiglia Riva per 2500 miliardi di lire, quando il valore della società era stimato intorno ai 4000 miliardi di lire. Si gridò allo scandalo, ma fu solo uno dei tanti in quella fase di furore ideologico contro la politica e la gestione pubblica. Quel che ne seguì è diventato cronaca dei nostri giorni. I tarantini hanno vissuto per primi sulla propria pelle quello che tutto il mondo sta vivendo in questi drammatici giorni, ovvero il conflitto tra capitale e salute pubblica, con relativo tributo di sangue. Per questo diventa insopportabile la notizia dell’arrivo di un nuovo fronte del conflitto in una città già sotto assedio da decenni.

Non potrebbe esserci miglior momento per spegnere la luce.

Abbiamo scoperto che il patto di stabilità non è un dogma e che un pezzo importante dell’Europa chiede di condividere un destino attraverso uno specifico strumento finanziario.
Alla fine del 2020 avremo perso decine di punti di PIL, ma avremo scoperto che tanti prodotti ritenuti indispensabili per la nostra sopravvivenza nell’era ante Covid-19, in realtà non lo erano affatto. Quindi cambieranno i consumi e la richiesta e di conseguenza sarà necessario ridisegnare il sistema produttivo. Ecco, qui c’è un punto decisivo. In questo momento uno dei settori che sta attraversando una crisi drammatica è quello del marketing e della comunicazione. Non il giornalismo, che prova a raccontare la realtà, bensì il marketing che non ha alcun interesse a raccontare la verità. Utilizza la rappresentazione secondo i propri fini, per convincere il malcapitato spettatore del fatto che il prodotto in vendita sia il migliore sulla piazza. Il marketing ha disegnato i confini del nostro sistema produttivo ed è risultato determinante nella selezione della classe politica di tutti i paesi. Il marketing costa, ma può risultare il miglior investimento per non faticare sulla sostanza, puntando tutto sull’apparenza. In politica produce i risultati che vediamo. Negli stessi termini influisce sul sistema produttivo, contribuendo in maniera determinante ad occultare e giustificare le peggiori nefandezze.

Ma perchè lo Stato ha avviato un processo di dismissione dell’articolazione delle proprie strutture e del proprio patrimonio? Perché in Italia dal 1992 in poi la politica ha smesso di svolgere la propria funzione, avviando un processo che l’avrebbe portata all’attuale estinzione. L’inchiesta “Mani pulite” (sic!) fece emergere alcune degenerazioni del sistema che portarono alla condanna unanime ed univoca della classe politica e delle organizzazioni politiche.
Partì da lì la colossale operazione di smantellamento dello Stato e dei Partiti. Con la legge Bassanini (1997) la politica approvò un atto formale di autoaccusa, spogliandosi dei propri poteri per consegnarli alla burocrazia. Voglio fermarmi al principio della norma, senza qui approfondire le storture prodotte dall’attuazione di questa riforma. L’estinzione di una classe politica all’altezza della sfida è risultata anche determinante nel processo che ha portato a costruire un’architettura delle istituzioni europee disegnata ad uso esclusivo degli interessi economici e finanziari più pesanti. Il dramma che stanno vivendo le istituzioni italiane ed europee in questo momento storico nasce tutto dall’ormai cronica assenza di politica.

In questa fase bisogna fare uno sforzo che va contro il nostro modo abituale di leggere quello che ci viene rappresentato: spersonalizzare. Non limitarsi a pensare se chi ci sta parlando sia o meno una “brava persona”, ma capire prima di tutto a nome di chi e di cosa ci stia parlando. Ho letto lodi sperticate per l’intervento di Mario Draghi sul Financial Times da parte di tante e tanti che si riconoscono nel campo progressista di ispirazione socialista. Un banchiere che prova ad indicare ad altri banchieri e magnati della finanza la strada migliore per continuare a spadroneggiare in Europa. Un ultra conservatore che si preoccupa di come operare affinché i rapporti di forza non rischino di cambiare. La quintessenza della burocrazia che non a caso assurge al ruolo di salvatore della patria per la politica conservatrice nostrana. Nel discorso del banchiere è assente ogni riferimento al ruolo degli stati, della politica, dei popoli europei. Per ovvie ragioni. Lui fa il suo mestiere, il problema è che non esiste chi faccia il mestiere di rappresentare interessi diversi e di carattere generale. Ogni giorno è sempre più evidente che la politica europea semplicemente non esiste. Le forze politiche progressiste e della sinistra europea sono totalmente afone. Una constatazione dalla quale partire per costruire, non per arrendersi all’evidenza. In tante e tanti, anche grazie a questa tremenda esperienza, abbiamo compreso fino in fondo l’urgenza e l’importanza di avere istituzioni politiche europee che operino per il bene di tutti i loro cittadini.

Ma da dove possiamo ripartire? Dall’inizio. La sola idea di perdere il punto di PIL prodotto dall’Ex ILVA faceva rabbrividire i nostri economisti. Adesso un punto in più o in meno diventa davvero questione di spiccioli. Si obietterà che non è il momento di privarsi di aziende strategiche, che sarebbe una follia. La follia è sempre stata evocata ogni volta che i tarantini hanno chiesto a gran voce la chiusura dello stabilimento. Ma questa volta andare avanti è la vera follia nella follia. Fermare l’Ex Ilva, adesso, ha anche un significato politico enorme: non abbiamo intenzione di continuare a farci massacrare dai più biechi interessi economici e finanziari. Il tempo è scaduto.

I banchieri e i capitalisti di tutto il pianeta smaniano per ripristinare lo status quo ante. Non hanno la minima intenzione di porsi il problema della riconversione in chiave sostenibile del sistema produttivo e adombrano lo spettro della disoccupazione per provare a mantenere gli equilibri invariati.

Se avremo la forza di far spegnere e fermare per sempre la più grande fabbrica della morte europea la rivoluzione sarà già iniziata.

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