PRIVATO SOCIALE

Negli ultimi giorni stiamo assistendo a spettacoli clamorosamente indegni. L’epidemia ci sta restituendo una fotografia impietosa della realtà in cui abbiamo sempre vissuto. Tutte le contraddizioni del nostro sistema sono state messe a nudo da un microrganismo.

Voglio concentrarmi su un aspetto che sta emergendo in modo sempre più netto con il passare dei giorni. Le inchieste di Report hanno evidenziato che in Lombardia sono stati rilevati casi anomali già diversi giorni prima del 20 febbraio us. Il problema è stato nascosto perché maturato all’interno di strutture private, cliniche e residenze socio assistenziali.
Si è preferito nascondere la polvere sotto il tappeto per non correre il rischio di vedere messi in discussione i profitti. Guadagnare sulla salute e sulla vita umana è la vera missione di queste strutture, che siano esse totalmente private o a gestione mista pubblico-privata. Quest’ultima forma è stata quella che si è provato ad imporre in tutto il territorio nazionale ed in tutti gli ambiti: sistemi sanitari, educativi e socio assistenziali.

Il privato sociale è diventato un dogma, un sistema che alleggerisce lo Stato dai costi di servizi fondamentali per la collettività, scaricandoli sulle spalle di lavoratrici e lavoratori precari, esposti al ricatto occupazionale, pagati male e troppo spesso con mesi di ritardo.
Da questo modello deriva il fiorire di infinite aziende e cooperative di servizi che si occupano di erogare servizi pubblici per conto dello Stato. Cliniche, scuole, asili nido, centri diurni, dormitori, tutto è affidato al buon cuore dei soggetti privati che gestiscono servizi necessari per rispondere ai bisogni più urgenti dei cittadini.

Ed in queste ore stiamo avendo anche la misura degli effetti devastanti che ha la privatizzazione dei servizi di infrastrutturazione e gestione degli strumenti telematici pubblici.
Quanti ingegneri informatici lavorano in forma esculsiva per lo Stato? Non ho questo dato, ma dalla mia esperienza nella pubblica amministrazione posso dire che si fa una fatica enorme nel trovare figure professionali di questo tipo. Anche perché chi ha grandi competenze preferisce di gran lunga lavorare nel privato, sia per i livelli retributivi che per il dinamismo che possono garantire contesti diversi dal pubblico.

Stiamo dedicando molto tempo alle riflessioni sui comportamenti individuali, ma non leggo altrettanto interesse intorno all’urgenza di rimettere in discussione alcuni dei presupposti che caratterizzano l’organizzazione della nostra società. Ho ascoltato le interviste di imprenditori che gestiscono asili nido, disperati come tutti gli altri. Ho pensato a quanto sia assurdo che servizi come questo, dedicati agli esseri umani più indifesi e preziosi, possano essere anche lontanamente associati alle logiche del profitto. Se questo virus avesse colpito i più piccoli cosa sarebbe accaduto? Avrebbero nascosto i casi per non perdere clienti come hanno fatto le cliniche e le case di riposo? Per questo mi sono sempre battuto per difendere la gestione pubblica dei servizi educativi e scolastici.

Proviamo a porci queste domande e ad interrogarci su come si possa lavorare per riaffermare l’esigenza di avere uno Stato forte, capace di garantire i servizi indispensabili per la sicurezza e la crescita della comunità. Sforziamoci di pensare che questa esigenza non appartenga solo al nostro paese, ma a tutti i popoli europei. Confrontiamoci sui modelli e proviamo a disegnarne di nuovi. Questa Europa è indecente, totalmente subalterna ai valori del liberismo più becero. Ma noi siamo europei e se non ci dotiamo di una forte politica continentale siamo destinati a soccombere in questo mondo di giganti.

Tutto il dibattito in Italia si limita a quando ripartire, non sento voci che pongano il tema del come ripartire:
Per raggiungere quali obiettivi?
Per continuare a navigare a vista, senza uno straccio di politica industriale italiana ed europea?
Intendiamo lasciare che il marketing continui a dettare le priorità ad un sistema produttivo che sta determinando il collasso dell’equilibrio del pianeta?
Pensiamo di continuare a lasciare soli ed esposti al ricatto occupazionale lavoratrici e lavoratori?
Riteniamo che l’attuale forma di organizzazione dei servizi pubblici sia determinata da un avverso ed incontrovertibile destino?

Domande che a questo punto corrono il rischio di risultare pleonastiche, mentre il dibattito è tutto spostato sul chiacchiericcio e sugli spettacoli indecenti offerti dalla nostra classe dirigente.

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