NIENTE DEVE ESSERE COME PRIMA

Molti di noi hanno totalizzato e superato i quaranta giorni classici che danno il nome alla pratica che stiamo adottando. Il Governatore della Regione Lombardia ha annunciato di voler riaprire tutto il 4 maggio, provando a farsi interprete di un sentimento che monta ora dopo ora nel nostro paese. Il primo ad intuire che saremmo arrivati a questo punto è stato il senatore toscano, già Presidente del Consiglio per mille infausti giorni. In molti provano a superare la sua naturale antipatia perché attratti da un messaggio che in questo momento è dolce come miele: ripartiamo, come prima e più di prima. Adesso è facile fare leva sul desiderio di ritorno alla normalità, ma quali interessi e quale visione del mondo sono alla base di queste prese di posizione?

Abbiamo davanti uno scenario che dovrebbe spaventarci in primo luogo per il destino cui stiamo condannando i nostri figli e i nostri nipoti. La gestione di questa pandemia si sta rivelando un fallimento per l’intera umanità. Tranne rare eccezioni, come la Corea del Sud e quelle dei paesi più poveri, stiamo assistendo impotenti ad una vera e propria ecatombe. Faccio riferimento ai paesi più poveri perché la Grecia e il Venezuela, già piegati da crisi economiche devastanti e per questo pressoché sprovviste di un sistema sanitario, hanno chiuso tutto appena rilevati i primi casi, riuscendo a minimizzare l’impatto della pandemia e mantenendo numeri molto più bassi dei paesi ricchi. Questa è la vera prova di quanto il prevalere di forti interessi economici abbia prodotto danni devastanti.

Lo scenario pandemico sarà superato, anche se proprio in questi giorni gli scienziati cominciano a dirci che i ceppi del nuovo coronavirus, in soli quattro mesi, sono diventati almeno tre e che quindi non è detto che qualora trovassimo un vaccino sarebbe efficace per tutti i ceppi che si saranno sviluppati mentre lo ricerchiamo. Alcuni scienziati fin dall’inizio hanno anche sommessamente segnalato un altro rischio che tutto il mondo occidentale sembra non considerare nell’elaborazione delle sue strategie per la ripartenza: la possibilità che il virus subisca una mutazione capace di renderlo ancora più cattivo. Per tutti questi elementi ho la sensazione che si stia continuando a sbagliare o che come minimo si stia scherzando con il fuoco. Comunque tutti gli scienziati al momento convengono nel prevedere che entro un paio d’anni il virus sarà diventato endemico ed innocuo, ma ci dicono anche che le pandemie saranno sempre più frequenti.

Altri scenari molto preoccupanti sono all’orizzonte, a causa di due rischi oggettivi: uno segnalato dagli scienziati della politica, l’altro dai professionisti che si occupano di scienze naturali. Sopra ho citato il Venezuela, sul quale mi voglio soffermare, anche se gli esempi potrebbero essere innumerevoli, almeno quanti sono gli attuali teatri di guerra. Il Presidente venezuelano Maduro ha trovato nel Coronavirus un prezioso alleato per riaffermare la sua autorità e rinsaldare i rapporti con Iran e Cina, che si sono precipitati ad arginare le aspirazioni di Trump sui giacimenti petroliferi di cui è ricchissimo questo paese sudamericano. Quando la crisi economica avrà raggiunto il suo picco, i rischi di un conflitto tra superpotenze per il riposizionamento e la definizione dei nuovi equilibri sarà altissimo. Forse il più alto da quando esistono le armi atomiche. Se a tutto questo aggiungiamo il problema del surriscaldamento globale, ormai da anni oggetto di sterili discussioni tra i grandi del pianeta, la prospettiva non può che farsi ancora più inquietante.
Non voglio descrivere un quadro a tinte fosche nel momento in cui siamo già tutti molto preoccupati e stanchi, ma penso che le decisioni che andremo ad assumere nei prossimi giorni saranno davvero determinanti per il futuro dell’umanità. Se alla fine di tutto questo avremo imparato solo che servono i piani pandemici e le scorte di materiali per affrontare nel migliore dei modi questi fenomeni, il risultato sarà un disastro.

Quando ci dicono che non si perderà un posto di lavoro e che nessuna azienda chiuderà, non solo ci stanno raccontando una bugia, ma ci stanno anche indicando una strada sbagliata. Lo scrivo perché convinto che ci troveremo di fronte a problemi di disoccupazione e povertà inediti se non pensiamo subito a come ridisegnare il modello di sviluppo. Ha senso pensare che in Italia un milione di lavoratrici e di lavoratori che operano nel settore turistico possano aspettare anni per tornare a fare il loro lavoro? O avrebbe più senso pensare a come ricollocare questo immenso patrimonio? Serviranno grandi capacità di lettura della realtà ed una visione del mondo precisa per uscire da una crisi che è solo all’inizio. Servirà ripensare l’agricoltura, l’allevamento, la produzione industriale, il sistema sanitario, quello educativo nonché gli assetti istituzionali. Senza dimenticare che la vera partita si giocherà sul terreno della ricerca, dell’innovazione e dell’approvvigionamento energetico. È urgente tornare a puntare sulle energie rinnovabili, ma non con i mega impianti che abbiamo conosciuto durante la stagione in cui le mafie si sono infiltrate nell’affare, facendo in modo che si concludesse con un clamoroso fallimento. Bisognerà puntare su reti di piccoli impianti, atti a soddisfare il fabbisogno di insediamenti abitativi e produttivi e a rimettere in circolo le eccedenze. Mi rendo conto che tutto questo richiederebbe un radicale cambiamento di mentalità da parte delle classi dirigenti e delle popolazioni, ma sarebbe anche una trasformazione capace di rilanciare l’economia, restituendo un ruolo ed un lavoro ai tanti che non ne avranno più uno. Solo se riusciremo ad attuare questo radicale cambiamento potremo offrire speranza a chi calpesterà il pianeta dopo di noi.

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