LA CULTURA È UN’ALTRA COSA

Per cominciare è bene sgomberare il campo da alcuni vizi di fondo capaci di vanificare ogni tentativo di discussione.

La produzione culturale, per sua stessa natura, non può avere la funzione prevalente di attrarre e intrattenere turisti. La ricchezza che ne deriva coincide con la crescita complessiva della consapevolezza e della coscienza sociale, a partire dalla comunità che la esprime.
La risposta al motto “con la cultura non si mangia”, di tremontiana memoria, è stata sbagliata. Tutti si sono affrettati a dimostrare che con la cultura si possono fare tanti soldi, creare occupazione, aumentare il PIL. Nel mentre si sono smarrite le ragioni di una scelta che per molti significa passione, sacrificio, rinunce e troppo spesso frustrazione.

L’attuale Ministro della Cultura non si fa venire nessun dubbio e anche lui aderisce alla filosofia del come prima, più di prima. Adesso le sue priorità sono:

1) pavimentare il colosseo per animarlo con mercatini, bar con giostrine e agglomerati di pane e merda;
2) dar vita alla Netflix della cultura italiana, perché far funzionare in maniera decente la RAI e RAIPlay sarebbe troppo difficile e poi correremmo il rischio di risparmiare e di inquinare la TV generalista con le menate degli artisti;
3) ricominciare prima possibile con le esibizioni per far tornare i turisti, anche se all’orizzonte non si vede alcuna condizione.

Il primo punto conferma l’idea che la cultura coincida con il patrimonio storico materiale e con il suo sfruttamento in chiave puramente economicista. Un’orchestrina, due giocolieri ed un chioschetto per vendere bevande. Che questo avvenga nel Colosseo o in un museo, su una spiaggia o sulla cima d’una montagna poco importa. L’immensa ricchezza rappresentata dal patrimonio intellettuale delle donne e degli uomini che operano nel settore appare del tutto irrilevante. Il fatto che il paese possa vantare una tradizione musicale invidiata da tutto il mondo non sembra risultare utile per pensare e costruire il futuro.

Il secondo punto conferma la sistematica tendenza a concepire l’ambito della produzione culturale come separato dal corpo vivo della società. Una sorta di appendice fatta di servetti sciocchi pronti ad amplificare la voce del datore di lavoro di turno. C’è da dire che lo spettacolo offerto dagli attuali esponenti di punta del mondo della cultura italiana durante le diverse fasi della pandemia è stato sinceramente imbarazzante. Ma non è questa la sede per l’autocritica, anche perchè le nostre migliori energie vengono soffocate dai volti dei soliti noti. Proporre contenuti culturali di qualità attraverso la televisione generalista è la vera sfida. Il canone che paghiamo ogni anno non deve più servire per garantire cachet e stipendi milionari a personaggi selezionati in base alla loro capacità di attirare sponsor. Il canone RAI può e deve servire anche a sostenere l’innovazione del sistema di produzione culturale, nella consapevolezza che questo può rappresentare il vero valore aggiunto per il nostro paese.

Il terzo punto evidenzia un problema atavico per tutto il mondo della cultura: la scarsità di risorse. Un sistema cui è stata indicata la strada della subalternità al turismo come risposta ai tagli che hanno caratterizzato interi decenni. In molti Comuni italiani questo principio è stato sancito anche attraverso l’introduzione della tassa di soggiorno finalizzata a finanziare le attività culturali. Nel 2018, da Consigliere Comunale, ho litigato in modo furibondo con il Sindaco di Bari per evitare che anche la mia città intraprendesse questa strada. Posso annoverarla tra le battaglie vinte. Adesso abbiamo il problema di come ripartire senza poter fare alcun affidamento su un settore turistico che dovrà a sua volta ripensarsi per uscire da una crisi la cui entità è ancora da verificare. Ma soprattutto abbiamo il problema di quando ripartire. Non avere uno straccio di data impedisce di programmare qualsiasi iniziativa e di mettere in campo progetti utili a superare la fase di sospensione delle attività. E non abbiamo questa data perché il Governo non avrebbe le risorse per garantire un periodo di fermo lungo come quello previsto in Germania, che ha fissato al 31 agosto la ripresa delle attività che prevedono il coinvolgimento di più di 1000 persone.

Quindi siamo ad un punto di svolta ed è chiaro a tutti che c’è il serio rischio di un forte ridimensionamento. Sarebbe tempo di cominciare a parlarne seriamente e di rivendicare prima di tutto rispetto. Subordinare ogni decisione in merito allo spettacolo dal vivo all’esito della trattativa con la CEI è semplicemente scandaloso e se non siamo capaci di ribaltare il tavolo di fronte a tali affronti vuol dire che siamo destinati a soccombere.

Voglio chiudere con una suggestione, qualcosa che si potrà attuare appena saremo riusciti a ricostruire una nuova quotidianità. Per anni ci hanno imposto il poliziotto di quartiere, illudendoci che dalla militarizzazione delle strade potesse derivare maggiore sicurezza. Adesso sarebbe il caso di pensare al musicista di quartiere, all’attore di quartiere, al pittore, al dj, al vj, al performer, al giocoliere, al poeta di quartiere. Se non riempiremo subito di contenuti lo spazio pubblico, sarà altissimo il rischio che questo cambi per sempre i suoi connotati, esponendosi ulteriormente alla cannibalizzazione da parte dei privati e quindi della criminalità. Per il mondo della cultura non si tratta solo di una crisi economica, ma di una vera e propria palingenesi.

 

Nella foto Enzo Del Re, una delle espressioni più autentiche della cultura pugliese.

Rispondi