Made in Puglia

Siamo a meno di ventiquattro ore dall’inizio della fase tre e ci stiamo arrivando con un’approssimazione spaventosa. Tra la conferenza stampa e la pubblicazione del Decreto c’è stata un’altra conferenza stampa. Appena calata l’onda mediatica provocata dalla sciagurata spettacolarizzazione di un rimpatrio che avrebbe richiesto solo molta discrezione, è partita la polemica sulle lacrime, come se in ballo non ci fossero scelte decisive per il futuro di tutte e tutti. Così abbiamo perso le tracce della tanto discussa app Immuni, i tamponi continuano ad essere insufficienti, continuiamo a non trovare mascherine, guanti ed alcool, non abbiamo delle linee guida chiare per far ripartire tutte le attività. Il colpo di scena finale è stato il passaggio di molte responsabilità decisionali in materia di riaperture alle Regioni, a soli due giorni dal liberi tutti. Assistiamo quindi ad una moltiplicazione ancora più folle di Task Force regionali per la definizione di linee guida sulla qualunque.

Stiamo puntando tutto sul buon senso degli italiani, ma soprattutto sulla buona sorte. A tal fine si è deciso di far ricominciare le messe, in modo da facilitare la concessione della grazia.

C’è un tema enorme sullo sfondo: come investire al meglio le risorse che si renderanno disponibili per superare la crisi.

Purtroppo siamo ancora fermi alla discussione sugli aiuti, mentre all’orizzonte non c’è altro che la versione degenerata del modello ante Covid-19. Il sistema industriale sta dando il peggio di sé: oltre a non essersi fermato neanche quando non si riuscivano più a contare i decessi, continua a non dare il minimo cenno di aver capito di fronte a cosa ci troviamo. I rappresentanti di Confindustria strepitano da settimane per riaprire tutto, ma non si capisce a chi intendano vendere i loro prodotti, molti dei quali completamente fuori mercato. Chiedono soldi per continuare a nasconderli ed accumularli nei vari paradisi fiscali, come hanno sempre fatto. Usano spudoratamente, come da tradizione, il ricatto occupazionale come arma da brandire in ogni sede.

Al Sud la situazione non è migliore, ma abbiamo un vantaggio rispetto al Nord: la qualità e le caratteristiche del nostro paesaggio. Voglio soffermarmi sulla Puglia e su alcuni dei suoi mali atavici. Da attento osservatore, seppur non addetto ai lavori, ho assistito al declino di fatto della produzione agricola e alla corsa al bollino (DOC, DOP, IGP) come unica possibilità per stare sul mercato internazionale. Molte battaglie hanno prodotto anche buoni risultati in termini economici, ma stiamo parlando di quantità di ricchezza virtuale, non sostanziale. I marchi nel 2020 risultano strumenti desueti e troppo spesso ingannevoli, come obsoleta e truffaldina appare l’impostazione del sistema produttivo agricolo.

Chi non punta sui marchi, utilizza lo sfruttamento del lavoro per competere. Così nelle nostre campagne, ormai da decenni, si consumano reati di riduzione in schiavitù (art. 600 del codice penale). Questi reati saranno sanati grazie al provvedimento firmato dalla commovente Ministra e i caporali potranno continuare a fare quello che hanno sempre fatto, forti dell’evidenza della loro impunità. Per non parlare delle aziende che macellano animali fatti arrivare da ogni angolo d’Europa (ma non solo) e che non si sono fermate neanche al cospetto di focolai epidemici interni.

L’idea di puntare sulla qualità è giusta, ma le battaglie per associare gli acronimi a nuovi prodotti diventano residuali al cospetto dell’urgenza di innovare un sistema produttivo che dovrà fare i conti con una desertificazione incalzante e con tutte le altre conseguenze derivanti dal cambiamento climatico.

Gli occupati ufficiali nel settore agricolo in Puglia sono pochi in meno di quelli occupati nel sistema industriale, circa 186.000 contro 194.000 nel 2017 (ISTAT). Possono e devono aumentare, soprattutto in questo momento. Sarà possibile se riusciremo a sviluppare il potenziale contenuto nell’ultimo capitolo di ogni analisi sul settore primario: la diversificazione, ovvero l’agriturismo. La Puglia ha visto negli ultimi anni il forte sviluppo di un ambito ritenuto per troppo tempo marginale, sia rispetto al comparto turistico che a quello agricolo. Adesso è il momento di puntare su queste piccole strutture ricettive rurali, incentivando e sostenendo la produzione agricola attraverso l’introduzione di tecniche innovative. L’agricoltura 4.0 oltre a rappresentare una risposta in termini di ottimizzazione delle risorse, a cominciare da quella idrica, potrà consentirci di tracciare con estrema precisione la provenienza di ogni prodotto e la sua storia. Alle certificazioni rilasciate da enti certificatori finanziati dalle stesse aziende che vengono certificate, va sostituito il controllo diretto di quei cittadini che a qualcuno piacerebbe ricondurre al rango di consumatori.

Il “Made in Puglia” non può essere solo un bollino tra i bollini, ma deve essere sinonimo di qualità della vita e trasparenza del prodotto. Sono convinto che il funzionamento dei sistemi territoriali sarà fondamentale per uscire dalla crisi, ma non mi illudo che la nostra regione possa risultare un’isola felice nel disastro generale. Sono altresì convinto che la Puglia possa diventare un modello per il Sud e per l’intero paese. 

Per fare questo servono grandi pulizie in un settore primario che, oltre all’onta dello schiavismo, porta con sé la triste tradizione delle truffe all’Unione Europea. Ricordo che nei primi anni 2000 il Salento era caratterizzato da campi di girasole a perdita d’occhio, lasciati a marcire e giustificati solo dai finanziamenti europei. Ricordo le truffe all’INPS dei braccianti, organizzate da notabili della politica locale. Constato che i finanziamenti europei destinati al settore si fermano di fronte a montagne di incongruenze. Ma vedo negli occhi e nelle lotte dei braccianti la speranza che le cose possano cambiare e trovo in tante esperienze concrete l’esempio di quello che possiamo diventare.

Ci aspettano tempi durissimi e i soldi che dovrebbero arrivare (il condizionale è d’obbligo) saranno debito per le future generazioni. Per i nostri figli e nipoti. Ci giochiamo l’ultima possibilità di non consegnare macerie, dopo una gestione della crisi che ha mostrato tutti i suoi limiti. Adesso che possiamo metterla in rapporto con le esperienze degli altri paesi europei, il giudizio non può che risultare impietoso. Abbiamo una classe dirigente imbarazzante e che rischia di portarci alla catastrofe. Sul piano sostanziale, dopo quasi tre mesi di crisi, la burocrazia non è arretrata di un millimetro e gli spiccioli stanziati fino adesso stentano ancora ad arrivare a destinazione.

Ognuno di noi può fare la sua parte, oggi più che mai. Non solo nel rispettare le regole per la sicurezza di tutte e tutti, ma nel reclamare e praticare un cambiamento radicale. Questo obiettivo si può raggiungere solo costruendo insieme un nuovo equilibrio con il territorio e con il pianeta. Se saremo capaci di vedere quale ricchezza risieda sotto i nostri piedi e nelle intelligenze di tante donne e uomini, saremo sulla giusta strada. Si tratterà di passare dal marketing ai fatti, ma questo non può certo spaventare un popolo di formiche.

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