CON LAUREA O SENZA

La scuola vive una crisi molto profonda. C’è il serio rischio che a settembre la situazione resti nel limbo in cui è piombata negli ultimi mesi.

Anche qui, come in ogni ambito, non esiste un’analisi dalla quale partire per costruire un progetto ed abbiamo già sprecato mesi.

La principale preoccupazione in questo momento è ricominciare, soprattutto per alleggerire le famiglie da un peso insostenibile.

Il presupposto è talmente sbagliato da lasciar intuire una imminente catastrofe. Anche qui si scommette tutto su una repentina estinzione del virus, cosa che consentirebbe di tenere in piedi un sistema che fa acqua da tutte le parti.

Di solito il dibattito si concentra sulla sorte degli insegnanti o sulla qualità degli edifici, lasciando sullo sfondo quello che dovrebbe essere il tema principale, ovvero la qualità del percorso educativo. Un percorso che nel 2020 andrebbe pensato ed articolato dai 3 mesi ai 23 anni.

Si, perché le nuove generazioni hanno l’opportunità di entrare in contatto con il sistema educativo fin dai primi mesi di vita. In Italia esistono esperienze avanzatissime sulla prima infanzia, ma purtroppo gli anni più fecondi per lo sviluppo delle capacità di apprendimento delle bambine e dei bambini vengono lasciati in balia di privati, rette, bonus, graduatorie e diavolerie di ogni genere.

La scuola primaria, ex elementare, è stata massacrata con tutta la scuola pubblica dai tagli operati dalla Ministra Gelmini (Governo Berlusconi) e dai suoi successori e predecessori. Ha resistito meglio delle secondarie e resta un’eccellenza dell’attuale sistema educativo, ma vive difficoltà enormi, soprattutto nelle zone periferiche e nei piccoli comuni. Risorse umane e finanziarie sempre più scarse compromettono seriamente il clima interno alle comunità scolastiche.

Le scuole secondarie di primo grado, ex medie, operano ormai da decenni in una condizione di perenne lotta per la sopravvivenza. È qui che spesso si manifestano i primi fenomeni di devianza ed è qui che perdiamo gran parte delle ragazze e dei ragazzi che hanno problemi derivanti dal contesto sociale e familiare di provenienza.

Le scuole secondarie di secondo grado, ex superiori, vivono difficoltà strutturali devastanti. La moltiplicazione infinita dell’offerta di percorsi formativi confligge con la realtà di edifici e strumenti a dir poco deficitari. L’abolizione fittizia delle Province ha provocato forti contraccolpi e solo la pervicacia delle comunità scolastiche consente di tirare avanti.

Sull’Università non voglio fare considerazioni, mi riservo una successiva riflessione, ma voglio sottolineare un problema che mi è stato rappresentato formalmente nel corso della mia esperienza istituzionale: vengono conferiti titoli di laurea anche a studentesse e studenti che hanno seri problemi con la grammatica e la sintassi.

Quindi torniamo al punto di partenza, perché il problema è a monte.

Ma com’è possibile arrivare in fondo ad un percorso di studi senza aver acquisito le competenze indispensabili per esercitare qualsiasi professione?

La risposta è in una parola: CONCORRENZA.

Si, perché dal 1992, ovvero dall’introduzione dell’autonomia scolastica, si è scatenata la dinamica del tutti contro tutti, con il risultato di aver abbassato spaventosamente la qualità dei percorsi educativi a vantaggio di iscritti, promossi, diplomati e laureati. Numeri corredati da cappellini, divise, lustrini, marketing spicciolo ed altre amenità di sorta. Una concorrenza al massimo ribasso.

Non voglio perdermi in tecnicismi, ma provare ad articolare delle proposte in punti semplici e stringati.

1) Varare un piano straordinario per garantire servizi gratuiti alla bambine e ai bambini fino a tre anni. Non solo asili nido, ma anche servizi di comunità e di baby sitting qualificato;
2) Generalizzare e rendere obbligatoria la scuola d’infanzia (3-6 anni), restituendo allo stato la competenza esclusiva in materia;
3) Azzerare il finanziamento alle scuole paritarie private, assorbendo nelle scuole statali il personale eventualmente eccedente nelle scuole private che dovessero perdere utenza e trasferendo allo stato il personale educativo attualmente in capo ai Comuni;
4) Generalizzare e rendere obbligatorio il tempo pieno fino alla scuola secondaria di primo grado;
5) Abolire l’autonomia scolastica e riscrivere il concetto stesso di istituzione scolastica. Passare dalla concorrenza alla condivisione e alla cooperazione tra realtà scolastiche. È assurdo che i casi problematici vengano trattati come appestati da scaricare in scuole che diventano incubatori di disagio. Ne ho visti troppi. Deve finire l’era delle scuole ghetto. Le nuove tecnologie possono consentire lo sviluppo di modelli organizzativi centralizzati molto più complessi ed efficienti degli attuali;
6) Ripensare i percorsi educativi alla luce della possibilità di utilizzare contenuti multimediali capaci di garantire alti standard qualitativi e di connettere più gruppi classe intorno ad esperienze condivise;
7) Introdurre fin dalla scuola primaria l’educazione ambientale ed alimentare, prevedendo percorsi di conoscenza diretta del patrimonio naturalistico e della filiera alimentare;
8) Dimezzare il rapporto numerico per costituire il gruppo classe, quindi raddoppiare il numero degli insegnanti;
9) Recuperare gli edifici scolastici dismessi e realizzarne di nuovi, concependoli con spazi adeguati ad un nuovo modello educativo. Intanto utilizzare tutte le strutture immediatamente disponibili, dai cinema ai teatri.
10) Garantire continuità al percorso educativo da 0 a 13 anni;
11) Ridefinire i programmi delle scuole secondarie di secondo grado, considerando la didattica a distanza parte integrante del percorso educativo. Mentre è necessario garantire più tempo scuola fino a 13 anni, qui si dovrebbe fare leva sulla capacità di esercitare la propria autonomia da parte delle ragazze e dei ragazzi. Il raccordo con il sistema universitario e produttivo deve essere sistematico.
12) Abolire il numero chiuso e l’autonomia universitaria.
13) Approvare un piano straordinario di investimenti sul sistema pubblico dell’Università e della ricerca.

Per quanto mi riguarda l’obbligo scolastico può anche fermarsi a quella che un tempo chiamavamo scuola media. Quello che non deve più accadere è che si possa uscire dal sistema educativo senza aver imparato a leggere, scrivere e far di conto.

Con laurea o senza.

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